IL TUO CARRELLO E' VUOTO 
Alexandre Dumas

Cento anni di Brigantaggio nel Meridione d'Italia
Dall'autore de 'I Tre Moschettieri' una storia sul Brigantaggio diversa dalle storie in cui traspare lo stile del grande scrittore

Prefazione di Francesca Romana Melchiorre
Edizione corretta e riveduta a cura dell'editore con illustrazion

Nuova edizione in 8° pp 232 - Giugno 2011 - Euro 18.5




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"Cento anni di brigantaggio", col susseguirsi di fughe rocambolesche in luoghi oscuri e selvaggi, di gesta sanguinarie, visioni terrificanti di teste mozzate e tripudio di folle in rivolta, lascia nel lettore l'impressione di un romanzo popolare imperniato sui canoni del romanticismo deteriore e non di una ricerca scientifica sull'annoso fenomeno del brigantaggio nell'Italia meridionale. Ciò nonostante, bisogna riconoscere che alla base dell'opera di Dumas c'è la scrupolosa consultazione di molti documenti sia sulla prima reazione borbonica del 1798-99, sia sulla seconda del 1806-1810. La corrispondenza dei Borbone e degli inglesi proprio con i briganti; lettere di Napoleone a suo fratello Giuseppe; ordinanze, avvisi ed altri documenti ufficiali rivolti alle popolazioni sono fonti inoppugnabili da cui l'autore trae informazioni preziose ed attendibili. Ma, se si considera che tali dati vengono mescolati non solo a quelli forniti dal Cuoco e dal Colletta, incline quest'ultimo all'invenzione e all'ingiuria, ma anche a racconti diretti dei protagonisti, a saghe popolari, a cronache locali che trasfigurano i briganti in eroi, a resoconti di generali francesi, Hugo ad esempio, scritti nell'ottica dell'oppressore straniero, si comprende facilmente quanti e quali siano i rischi corsi dall'obiettività. Dumas, comunque, riesce a mostrare con evidenza "di che lagrime grondi e di che sangue" il potere, da chiunque venga detenuto. I briganti uccidono e rubano senza scrupolo per non essere sottomessi e per non perdere la loro posizione di prestigio nella banda e nel paese, ma contemporaneamente diventano strumenti di potere nelle mani dei Borbone che, nonostante la proclamata alleanza trono-altare, non disdegnano la collaborazione con gli uomini più sanguinari, pur di ritornare sul trono ...: "convengo, altresì - afferma Ferdinando in una lettera di risposta al Cardinale Ruffo - che Frà Diavolo ci ha molto ben servito; bisogna dunque servirsene, non disgustarlo". Strategia, questa, confermata dalla nomina a colonnello dello stesso Frà Diavolo, al ritorno dei Borbone a Napoli. Non da meno si mostrano gli inglesi, la cui flotta, comandata da Sidney Smith al largo della Sicilia, fomenta in continuazione attacchi di briganti contro i Francesi a sostegno dei Borbone. "Eppure, dice lo stesso Frà Diavolo il 10 novembre 1806 in procinto di essere impiccato, ho fatto appena la metà di ciò che mi aveva comandato Sidney Smith". In questo periodo, ancora una volta l'Italia Meridionale, già tormentata dal secolare problema della miseria e del conseguente disordine sociale, è terra di scontro di potenze straniere, come già al tempo del dominio spagnolo. E come allora il susseguirsi di varie inutili leggi contro il brigantaggio, tra cui la Prammatica del Duca d'Alba del 1622, non faceva che sottolineare l'inadeguatezza delle istituzioni di fronte a questo grave problema, così ora la severità normativa appare come la dichiarazione d'impotenza delle autorità di turno a cogliere le radici di questa antica piaga. Ma molto più complessa del brigantaggio endemico diffuso nel Regno delle Due Sicilie è la reazione popolare filoborbonica scatenatasi contro i Francesi invasori nel 1798-99. "...Paesani miei - dice nel proclama dell'8 dicembre 1798 Ferdinando IV in fuga - armatevi, correte sotto i miei stendardi. Unitevi con i capi militari... Invocate Iddio... e siate certi di vincere". Messaggi di analogo tenore in cui il re si pone come padre affettuoso, tesi a mostrare i francesi come Anticristo, giungono tempestivamente a parrocchie e diocesi, affinche' siano proprio gli ecclesiastici ad esortare il popolo ad armarsi. Giuseppe Pronio di Introdacqua, in provincia dell'Aquila, è uno dei primi a rispondere all'appello di Ferdinando, mettendosi a predicare la "Guerra Santa" e assalendo i Francesi, con squadre di briganti, in attacchi a sorpresa. Se le masse contadine rispondono unite a questo richiamo, non lo fanno solo perche' infiammate dal focoso messaggio di briganti come il cardinal Ruffo, ma soprattutto perche' Chiesa e Stato borbonico sono la tradizione, la stabilità, la realtà nota, la vita di sempre contrapposta alle novità giacobine e anticlericali portate dai francesi. Quando, poi, durante la seconda invasione francese, nel 1806 viene proclamata la Legge Eversiva della Feudalità, la classe contadina ha una motivazione ancor più valida per contrapporsi ai Francesi. Le terre che costituiscono il sostentamento dei contadini appartengono in gran parte alla Chiesa, con cui i coltivatori hanno ormai un rapporto di dipendenza consolidato e consuetudinario. Purtroppo, però, la nuova normativa imposta dai francesi vuol proprio togliere queste terre alla Chiesa, illudendosi di beneficare i contadini. Ma, non potendo questi comprarle a causa della loro povertà endemica, potranno facilmente appropriarsene soltanto i borghesi sanfedisti e filofrancesi, già troppo ricchi e per questo invisi alle classi meno abbienti. Il popolo contadino, quindi, vede come effetti finali del dominio francese maggiore disparità sociale e mancanza di mezzi di sussistenza. E' per la loro stessa sopravvivenza, quindi, che i contadini combattono ed è proprio questo aspetto che sembra essere il più trascurato dall'analisi di Dumas. L'anarchia, le stragi disumane che lo scrittore frequentemente descrive sono esagerazioni in cui effettivamente cadono tanto i ribelli quanto i loro persecutori, soprattutto perche' spesso guidati da individui senza scrupoli. Don Giovambattista Rodio, ad esempio, uno dei più fanatici giacobini di Catanzaro, improvvisamente diventa filoborbonico, considerando per lui conveniente combattere nella banda del Cardinal Ruffo in una posizione di prestigio. Ed è ovvio che, in un tale clima, anche famosi briganti come Francatrippa o Parafante, alla guida della loro temibile banda, combattano contro i Francesi a favore dei Borboni per crearsi una facciata di prestigio e rispettabilità. Sembra quasi legittimo trascurare misfatti e assassinii di grandi trascinatori di popolo, pur di valorizzarne coraggio, audacia e capacità organizzative. E' proprio lo stesso principio in base a cui, intorno al 1820, vengono scelti gli adepti della Carboneria, inizialmente sostenuta, poi perseguitata, sia da Murat, sia da Ferdinando I. Così, GaetanoVardarelli, proscritto prima dall'uno poi dall'altro re, diventa un brigante e, con l'aiuto di alcuni familiari, forma una temuta banda di circa 60 elementi, capaci di prendere alle spalle persino un esercito. Anche se in diverse riprese i briganti vengono giustiziati, la loro vicenda non sembra differire da quella di tanti altri briganti del passato. Il brigantaggio, dunque, lungi dall'essere sconfitto, costituisce ancora, nei primi decenni dell'800, la strada da intraprendere per persone ambiziose e ardimentose che non hanno più alternative. Il fatto che la coscienza collettiva non trovi preoccupante tale fenomeno, lascia comprendere quanto ancora esso sia radicato nell'Italia Meridionale e quanto dovrà lottare più tardi il Regno d'Italia per estirparlo.
Francesca Romana Melchiorre